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EconomiaFood UPCaso Foodora: come cambia il food delivery con il Decreto Dignità

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Quella che filtra è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle”. Gianluca Cocco

Il “Decreto Dignità”del Ministro del Lavoro Luigi Di Maio è una proposta per tutelare il lavoro dei fattorini delle principali piattaforme della gig economy, una generazione — commenta il leader del M5S — “abbandonata dallo Stato”. Il decreto prevede una serie di garanzie elaborate nel corso dell’incontro con i riders e con le principali piattaforme online. La bozza del decreto ha però scatenato malumori da parte di molti operatori del settore. Tra questi Foodora: “Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia. Quella che filtra è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle”, è stato il commento dell’Amministratore Delegato di Foodora Italia, Gianluca Cocco.

Cosa prevede il “Decreto Dignità” firmato Di Maio

Il Decreto Dignità è una proposta in sette articoli, frutto dell’incontro del Ministro del Lavoro, prima, il 14 giugno, con i riders delle principali piattaforme online, poi, il 18 giugno con le stesse piattaforme della gig economy — tra questi Foodora, Just Eat, Domino’s Piazza, Glovo. Per capire nel dettaglio quali sono le novità che il decreto si prepara a introdurre, bisogna dare un’occhiata alla bozza della proposta.

La prima importante notizia riguarda la classificazione dei fattorini che da autonomi per la prima volta vengono definiti lavoratori subordinati, anche quando utilizzano un proprio mezzo per effettuare le consegne. Una modifica non indifferente, anche perché in paesi come la Germania i corrieri sono assunti con un contratto da dipendente. La seconda novità riguarda il Jobs Act, perché il Decreto Dignità andrebbe ad abrogare l’articolo 2 della riforma del lavoro approvata nel corso della scorsa legislatura, che disciplinava che nei rapporti di collaborazione le modalità, i tempi e il luogo di lavoro fossero organizzati dal committente. Ma la proposta di più impatto disciplina la retribuzione: stop al cottimo per i servizi erogati da piattaforme online come Uber, e introduzione di un salario minimo garantito. Il Decreto si occupa anche delle continue notifiche che assediano quotidianamente i riders: si accenna così anche al “diritto alla disconnessione” e all’”indennità di disponibilità” dei lavoratori. A queste garanzie si aggiunge il diritto a ferie, malattie e maternità. Questi sono i punti principali dei sette articoli che andranno a dettare il Decreto Dignità.

Deliveroo e gli altri: perché il food delivery non decolla in Italia

Sono tre le principali multinazionali del food delivery presenti in Italia. La danese Just eat che, nata nel 2000, opera oggi in 13 Paesi. In Italia è presente in una ventina di città e ha un centinaio di dipendenti, ma non ha riders propri, per i quali si appoggia invece a società terze come Food Pony o Pony Zero. L’azienda ha dichiarato che nel 2017 il guadagno globale ammontava a circa 623 milioni di euro. Se i conti dello scorso anno, globalmente, si sono chiusi con un margine più che positivo, non si può dire altrettanto del mercato nazionale: Just Eat Italia ha fatturato nel 2016 un margine operativo lordo negativo, con una perdita finale di 2,2 milioni di euro. L’altro protagonista sulla piazza italiana del food delivery è la tedesca Foodora, presente in oltre 40 paesi, che nel 2016 chiudeva il saldo tra entrate ed uscite con un margine negativo per 2, 5 milioni. Eppure lo scorso anno ha registrato un ricavo globale di 544,2 milioni di euro. Il terzo attore di questo business è Deliveroo Italia che nel 2016 registrava un bilancio negativo per più di 4 milioni. È vero che il business del food delivery è in perdita in Italia, ma si tratta di un dato relativo che va analizzato, tenendo in considerazione il fatto che si tratta di un mercato giovane. Proprio per questo i bilanci delle aziende sono ancora appesantiti dalle massicce operazioni di marketing e dagli investimenti in pubblicità: il food delivery ha bisogno di farsi conoscere di più dai consumatori italiani. Si tratta comunque di un mercato valutato 2 milioni di euro e che è penetrato solo al 3% — infatti il modello tradizionale della consegna a domicilio con una telefonata ricopre in Italia ancora il 90% del mercato.

Foodora: ecco perché potrebbe lasciare l’Italia

In un’intervista al Corriere della Sera, Gianluca Cocco, Amministratore Delegato di Foodora Italia, ha annunciato che l’azienda potrebbe essere costretta ad andare via dall’Italia. Il motivo è che le aziende di delivery sono ancora in una fase di avviamento — troppo giovani per potersi permettere il lavoro subordinato: dover assumere i rider come dipendenti potrebbe essere un peso fatale per il business del food delivery. “Non ci sono utili di Foodora Italia perché è ancora un’attività in avviamento. E anche i nostri concorrenti sono nella stessa condizione”, ha commentato il numero uno di Foodora Italia.

Il business del food delivery, ha un ampio potenziale di crescita e un mercato ancora inesplorato in cui espandersi. Staremo a vedere come le nuove politiche del lavoro plasmeranno la gig economy del prossimo futuro: l’economia dei lavoretti, come l’abbiamo conosciuta finora, continuerà ad esistere?

Nadeesha Dilshani Uyangoda

Nadeesha Dilshani Uyangoda

Editor freelance, blogger, attivista, studentessa. Lettrice ossessiva e scrittrice compulsiva. Italiana per cultura, srilankese per eredità — sempre a metà tra due mondi. Millennial che preferisce la carta, ma si adegua al digitale per paura dell’estinzione.

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