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TrendsAntoine Geiger, l’individuo in guerra fra reale e virtuale

Livia Del Pino Livia Del Pino3 anni ago9 min

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Nativi o immigrati digitali? Se toccate lo schermo quando prendete in mano un device qualsiasi, convinti debba per forza essere touch, allora non ci sono dubbi: appartenete alla prima categoria.

Se i vostri figli vi devono spiegare cos’è un’app, ovviamente fate parte della seconda, in una fase particolarmente critica. Se però ve la cavate alla grande, ma da adolescenti invece di giocare a Candy Crush passavate ore cercando di battere il record di Snake, allora siete a metà strada: cresciuti parallelamente all’evoluzione digitale.

Si può senz’altro dire che ci sono delle differenze generazionali fra le varie categorie. Ma una cosa ce l’abbiamo in comune tutti, o quasi: la dipendenza dagli schermi e dalla realtà virtuale. Quante volte vi è capitato di alzare la testa dallo smartphone in metropolitana e accorgervi che la maggior parte dei vostri compagni di viaggio ne ha uno in mano? Non usciamo mai di casa senza. È il nostro sesto senso, l’enciclopedia portatile, il contatto con il mondo, il prolungamento delle nostre dita e della nostra mente.

Antoine Geiger, aiuto: mi stanno succhiando l’anima!

Antoine Geiger è un fotografo francese molto giovane (classe ’95) che mette al centro del proprio lavoro l’uomo. Navigando sul suo sito o sulla sua pagina Tumblr si possono ammirare volti maschili e femminili. Ma emerge anche un’indagine della realtà, o meglio di come questi individui interagiscono con il mondo esterno, quanto questo mondo sia connesso a livello impalpabile o inconscio con loro.

Di recente ha realizzato degli scatti nei quali diverse persone sono intente a guardare il loro device (tablet, smartphone o quant’altro). Ha poi modificato le fotografie, creando un particolare effetto: nelle sue opere sembra che i volti delle persone vengano risucchiati dagli schermi che hanno davanti. Il risultato è impressionante. Geiger ha solo vent’anni, ma con le sue foto è riuscito ad attirare l’attenzione di tutto il mondo. Cosa vuole dirci? “We press a button, screen turns on, and it’s like the whole physical world is frozen. The show can start. In the end we only escape from ourselves”.

Il progetto si chiama «sur-fake» e vorrebbe esprimere la gravità della nostra dipendenza dal digitale. Lo schermo è l’oggetto della “sub-cultura di massa”, la civiltà del Ventunesimo Secolo, alienata e alienante, in cui le persone hanno perso qualsiasi percezione del mondo fisico circostante.

Non viene messa in discussione solamente la dipendenza da immagini o da applicazioni interattive. Il mondo digitale è anche una forma di fuga dalla realtà, che ciascuno di noi opera per creare un suo alter ego, una dimensione virtuale, bidimensionale, che riesce comunque a darci delle soddisfazioni, ma che non può farci riconoscere come individui. Neanche i Mangiamorte e il Chupacapra potevano fare di meglio.

Antoine Geiger, sur-fake

My virtual boyfriend: oltre i confini della realtà

Qual è il punto? Nessuno legge, si parla molto meno e non esistono più le mezze stagioni? Va bene, cerchiamo di non adattare vecchi luoghi comuni a tempi nuovi. Ma fermiamoci un attimo a riflettere. Non siamo andati un po’ troppo in là? Prendete My virtual boyfriend, l’app che vi permette di creare il vostro fidanzato ideale, di nutrirlo e coccolarlo come un moderno tamagotchi. Ma per fortuna non siamo tutti a questo punto. Stamattina ho alzato la testa in tram e solo tre persone avevano lo smartphone in mano (su venti, ma è comunque un discreto risultato). E c’è da dire che molti non possono fare a meno di usare device di varia natura, a causa del loro lavoro.

L’opera di Geiger è una provocazione, ci sta lanciando un messaggio. Ma invece di alimentare il solito brusio di sottofondo, cerchiamo di darci dei limiti per quello che possiamo e vogliamo. I colori pastello di un borgo delle Cinque Terre non si accendono grazie agli effetti di Instagram. Sono un pezzo di storia che prende vita sotto il nostro sguardo. La nostra bacheca di Facebook non è il riassunto di quello che siamo e i nostri tweet non raccontano tutto quello che realmente pensiamo. Un avatar non mangia e non sente freddo al posto nostro.

Sta cambiando il nostro rapporto con la realtà? Forse è già successo. Comunque, buttate l’occhio fuori dal finestrino, leggete un bel libro e parlate con gli amici. Non si sa mai.

Livia Del Pino

Livia Del Pino

Rifletto spesso sull'onesta reazione di Mark Twain a una domanda insidiosa: "I was gratified to be able to answer promptly, and I did. I said I didn’t know". Inseguo la conoscenza, chimera irraggiungibile, convinta che la bellezza sia proprio nel viaggio.

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