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IntervisteMassimo Temporelli: “Come pensano le persone che cambiano il mondo”.

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Milano è in fermento. Una città in evoluzione, che quantomeno, rispetto al resto d’Italia, sembra andare più veloce. Come Londra? Mah, diciamo che ci si avvicina ogni giorno di più. Fare innovazione in Italia è una sfida e lo è ancora di più oggi. Dato il progresso tecnologico, la modalità rapida e incontrollabile, con cui ogni settore della nostra esistenza è stato e viene rivoluzionato, ogni giorno. Evoluzione? Per alcuni timore. Paura di rimanere indietro, di non essere adatti o semplicemente resistenza al cambiamento. Ma noi preferiamo analizzare i vantaggi e cogliere l’opportunità di questa grande rivoluzione. Oltre ogni stereotipo. E così l’altra sera siamo andati al Bou-tek, spazio interessante a Milano, per l’evento curato da Wired nella Social Home di Ford Italia. Si parlava di cloud computing, digital fabrication, IoT, insomma quarta rivoluzione industriale. E ad approfondire il tema c’era Massimo Temporelli. Imprenditore, docente, ma soprattutto co-founder di TheFabLab, un laboratorio innovativo e creativo a Milano. Lo abbiamo incontrato al Talent Garden di Calabiana, sede del suo TheFabLab.

Un tuo libro si intitola proprio Innovatori. E ci chiediamo “Come pensano le persone che cambiano il mondo”?

Innanzitutto bisogna concentrarsi sulla fatica più che sull’idea. Io credo che chi ha cambiato il mondo abbia dedicato tanto tempo all’execution. C’è molto più fatica che genialità. Se pensiamo a Edison, a Steve Jobs, erano creativi, ma anche determinati e dei gran lavoratori. E poi il contesto è fondamentale. Le persone che cambiano il mondo, lo vivono. Devi prima conoscerlo il mondo che vuoi cambiare. Se sei isolato, puoi scrivere poesie o raccontare la tua visione della realtà, ma non puoi cambiare un mondo che non conosci.

TheFabLab è un laboratorio creativo, dove il cambiamento diventa concreto. Cosa sono gli smart objetcs?

Quello che succederà è che possono essere cambiati materiali e forme, ma gli oggetti devono essere connessi. Qualunque oggetto è in grado di raccogliere informazioni. Ad esempio una sedia smart potrebbe dirmi quanti posti liberi ci sono in un ristorante attraverso una semplice notifica e tutto poi passa attraverso un’app che interagisce con un ecosistema di altre tecnologie. Il prodotto diventa servizio e il servizio prodotto. Ad esempio se cerco su Google “Museo etnografico” e seleziono immagini, visualizzo una serie di oggetti che appartengono al passato, allo stesso modo in futuro tutti gli oggetti non connessi ci appariranno come modernariato.

The FabLab - Dotmug

E nel mondo Food.. avete sviluppato prodotti innovativi?

“Mondo Pasta” è stato un progetto davvero interessante. Curato da Stefano Maffei e sette designer italiani che hanno provato a trasformare la pasta in una nuova esperienza. Ci siamo confrontati con la tradizione e le tecniche della fabbricazione digitale, hackerando le abitudini della cucina italiana. Si può tatuare un raviolo? Noi ci siamo riusciti. Ma abbiamo sperimentato anche con il cioccolato che può essere stampato in 3D. Esattamente come la plastica anche il cioccolato fonde ad una certa temperatura e poi solidifica.

A proposito di hackeraggi Anderson parlava del movimento dei “makers”, ipotizzando un futuro in cui chiunque potrà essere un produttore…

Io non ci credo. Un giorno le aziende delegheranno a noi consumatori la produzione del bene fisico, ma non l’intelligenza di progettazione. Oggi prendi la materia prima la porti un’acciaieria, la distribuisci e poi speri che il cliente vada a comprarsela. In un futuro caricherò su itunes il file di un mio prodotto, tu vai lo scarichi e lo stampi. Il consumatore che diventa maker non è chi progetta, ma chi realizza. Distribuire l’informazione del bene è più importante che distribuire il bene.

Quando parliamo di industria 4.0, perché dovremmo pensare più alle opportunità che alle minacce?

La tecnologia non è esterna a noi. È l’uomo che sceglie di usarla. Nel rapporto con gli oggetti, abbiamo acquisito consapevolezza del mondo che ci circonda. Altrimenti torniamo ad essere scimmie. Ma se abbiamo scelto tutti insieme e faticato per arrivare a questo punto, è anche perché ci siamo resi conto che potevamo guadagnarci. Ci siamo trasformati con la tecnologia. L’uomo è cambiamento e durante il processo evolutivo (insieme all’entusiasmo) è naturale che provi anche paura.

Una delle preoccupazioni più forti riguarda il lavoro, ovvero il processo di automazione, che per molti rappresenta una minaccia. Possiamo rassicurarli?

Oltre all’’organismo esiste anche l’evoluzione dell’organizzazione umana. Prima c’era una piramide con alla base la working class, ovvero quella che si occupava dei cosiddetti lavori umili, poi c’era l’élite intellettuale e il potere al vertice. Ma questa piramide era adatta ad un’altra realtà, che oggi non esiste più. Così come abbiamo perso la coda, anche questa realtà è sparita. Certo con un upgrade skill possiamo rassicurarli e sperare che ci sia posto sufficiente per tutti.

Parliamo di impresa. In particolare per le startup questa è un’opportunità, anche per creare nuovi mercati?

Credo che siamo umani e che il cambiamento avvenga su scala. Se sei intelligente e hai voglia di guardare in giro, beh è quello il trucco. L’importante e guardarsi intorno e raccogliere dati. Secondo me il movimento startup è sopravvalutato. L’imprenditore oggi è esattamente come ieri. Se hai un buon prodotto e le idee chiare, fai relazione proprio come faceva Olivetti. E allo stesso tempo la selezione è naturale. Quanti ce l’hanno fatta e ce la fanno oggi? Ovviamente più persone ci provano più probabilità ci sono che riescano. Devi essere un recettore continuo di stimoli, non puoi essere più statico sul mercato. Il cambiamento diventa collaborativo tra consumatore e produttore.

Abbiamo continuato una chiacchierata interessantissima tra fiumi di parole e riflessioni, ma anche tantissimi dubbi. Ed è naturale che ci siano. Fanno parte del processo evolutivo…

Michela Di Nuzzo

Michela Di Nuzzo

« Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire». - Fernando Pessoa Giornalista e co-founder, vivo il digital come imprenditrice e appassionata. Percepisco il cambiamento come un'opportunitá mai una minaccia. Occhi spalancati e orecchie aperte, sempre pronta alla condivisione, la chiave di ogni evoluzione.

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