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IntervisteKickstarter e Indiegogo, il crowdfunding è un canale di posizionamento? La nostra intervista ad Alessandro Scozzesi

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Oggi vinci se sei “open” e sai costruire intorno ad un’idea il miglior team multidisciplinare possibile.

Abbiamo incontrato Alessandro Scozzesi durante l’evento Start App e Crowdfunding all’Università Cattolica. Interessante ascoltare l’analisi del sistema startup e di come anche in Italia il Crowdfunding stia iniziando a mettere le sue radici. CEO dell’incubatore bresciano d-namic, che sta iniziando ad investire in progetti e idee in rete, costruendo una strategia ad hoc per piattaforme come Kickstarter. Abbiamo conosciuto d-namic anche attraverso la campagna e il posizionamento strategico che ha realizzato per Skiddi. Ci incuriosiamo, vogliamo approfondire la tematica in particolare in merito alle startup.

D-namic è un incubatore che punta sulle idee o sui prodotti? Ovvero basta un’idea per essere incubati o serve almeno un prototipo?

Da sempre ci occupiamo di idee nella fase “early stage”, ovvero quella fase in cui è difficile trovare qualcuno che vuole e può dedicare tempo (uguale denaro) ad ascoltare, capire e costruire. Noi siamo fondamentalmente aticipi e non convenzionali, quindi non ho una risposta esatta e univoca da darti ma per quello che vale “tutto parte sempre da un’idea” ed è lì che noi ci troviamo. Se poi esiste un prototipo, MEGLIO, ma non è il requisito fondamentale per parlare con noi. Lo sarebbe per l’avvio di una campagna di crowdfunding ma questo è un altro tema, vero?

Dal tuo speech abbiamo compreso l’efficacia del modello reward-based per il comparto “makers”, ma quanto funziona per i prodotti digital?

Ho fatto da backer recentemente ad un progetto digital . Hanno raccolto quasi 50k$, quindi non serve che dica che almeno in questo caso ha funzionato. Ma ci sono altri esempi più o meno virtuosi. Il tema è che, indipendentemente dal prodotto, devi partire dal concetto di community (e di target). E’ quello il vero driver non il prodotto/servizio (che ovviamente deve essere cool, funzionante, ecc.)

Per affidarsi a piattaforme come Kickstarter è necessario aver sviluppato un prototipo del prodotto, ma per chi ha solo un’idea di partenza e magari anche un’interfaccia grafica, qual è la strategia più produttiva per raccogliere fondi?

Mio consiglio, non illudere la community se non si ha un prodotto. Il reward-based crowdfunding su Kickstarter è diverso da quello su Indiegogo per esempio. Quest’ultima piattaforma consente anche di presentare non un prodotto fisico ma un render foto realistico, cosa che Kickstarter vieta.

La strategia dipende dallo stadio di sviluppo dell’idea. Oggi si possono classificare gli stadi di sviluppo delle idee anche in funzione di una già riconosciuta classificazione standard. Riferendomi a questa, su Kickstarter ci vai se hai almeno un TRL 5/6. Se sei ad uno stadio minore la strategia è quella di trovare un partner o più che ti aiutino ad arrivare a 7. Considerate che è solo dalla fine di TRL 2 che si capisce se ci sono elementi su cui investire. Dal 3 in poi cominciano i fabbisogni finanziari veri ed è solo a questo livello che il portatore dell’idea è in grado di concepire un possibile modello di business e renderlo intellegibile ad un terzo (investitore, incubatore, partners, ecc.). Nel caso dei prodotti digital, per andare verso la veloce risposta, una “beta privata” corrisponde a TRL 6. Sono dell’idea che il solo mockup di una APP, non è in grado di far comprendere ad un interlocutore esterno (come noi ad esempio, pur non essendo verticali sul digitale) quale sia la prospettiva di mercato, a meno che non ci sia una seria analisi alle spalle, ma ci potrebbe porre invece nell’ottica di lavorare a fianco al portatore dell’idea, per trovare e poi fornire quelle risposte che potrebbero convincere altri investitori a supportare lo sviluppo dell’idea.

Resto del parere che più si è in grado di arrivare al prodotto “beta” (app o web che sia) da soli più aumenta la capacità e la prospettiva di raccogliere K da “investitori”.

D-namic ha sede a Brescia, Varese e in California. Come sta cambiando l’Italia rispetto al crowdfunding, e quali sono le opportunità?

Siamo all’inizio del cambiamento. Poiché Kickstarter è l’unica piattaforma a rilasciare dati statistici propri, uso questi per far comprendere il tema. Nel 2014 questa ha raccolto 530 M$ da oltre 3,1 M di persone dislocate in oltre 127 paesi. L’Italia è all’ 11mo posto con 3,147 M$ donati e al 12mo posto con 18.378 donatori, circa lo 0,04 % della popolazione italiana, contro lo 0,7% degli USA.

Noi pensiamo tuttavia che gli italiani siano pronti per aprire la mente verso nuove modalità di acquisto offerte dal reward-based CF e che KS sia una delle piattaforme adatte allo scopo. Per questo pensiamo di puntare molto su questo aspetto e anche al nostro mercato locale con le prossime campagne. Pensare agli US con una campagna su KS è un esercizio facile e non è certo un mercato secondario, anzi il contrario, dico solo che l’Italia è un mercato ancora inesplorato mentre negli US è più difficile perché la gente è già abituata e la scelta è vastissima. In Italia invece c’è alla base solo “ignoranza” verso lo strumento, tutto qui (tutto si fa per dire, perché serve molta comunicazione e diffusione di nuova cultura).

Per Skiddi avete scelto come punto di partenza Kickstarter, ma una volta lanciata l’idea quali sono stati gli step successivi?

Dal lato commerciale siamo in fase di preventivazione: sono arrivate parecchie richieste, per ora dall’Italia e da alcuni paesi d’Europa che ci chiedono SKIDDI come gadget per un regalo o come fornitura in negozi di articoli sportivi di piccola superficie o come articolo su piattaforme che fanno dropshopping. Dal punto di vista produttivo entro fine settimana daremo l’ordine di acquisto dello stampo. La produzione pre-serie dovrebbe cominciare a fine maggio.

Durante l’evento si è parlato di coloro che pur non avendo avuto un’idea geniale sono riusciti a raccogliere molti soldi. Quali sono le caratteristiche che assolutamente un’idea deve avere per essere vincente?

Il Marketing, il marketing, e ah si, il marketing. Le idee che hanno successo (così come le startup in generale) non sono quelle che hanno il prodotto più cool ma quelle che hanno capito il modo più adatto per arrivare al mercato potenziale (che è stato identificato) in misura più efficace; credo che in questo ci siano casi su KS ma anche su IGG che sono una vera illuminazione di come piuttosto che il prodotto sia questione di comunicazione: contenuti e canali di interazione, più che altro.

Spesso si parla di responsabilità delle istituzioni, dei fondi, degli angel… nel non riuscire a far crescere il movimento del crowdfunding nostrano, piuttosto marginale nel panorama internazionale. Anche lo startupper ha delle responsabilità? Fino a che punto si può sperimentare e quando invece è necessario fare impresa?

I dati che vi dicevo prima devono far riflettere: l’Italia è 12ma su 127 paesi presenti e attivi su KS. Quindi non è vero che il movimento del Crowdfunding nostrano sia poco vivace. Quello che bisogna fare è far crescere la cultura ancora ma soprattutto l’offerta (penso gli Italiani sarebbero più propensi a comprare, a parità di coolness e contenuto tecnologico, prodotti made in Italy rispetto a quelli made in US o designed in US), ed il fatto di usare piattaforme “internazionali”, ATTENZIONE non dico straniere, ma internazionali,  offre maggiori vantaggi. Il principale difetto di quelle italiane che offrono il reward-based è che sono pensate in piccolo, solo per il mercato domestico. E’ come se si volesse fare e-bay o amazon per italiani e solo in lingua italiana.

Aggiungo infine che, fare impresa è un lavoro, il più faticoso, e secondo me sperimentare lo si può fare fino a che non ci si mette in gioco con una società. Ma indipendentemente dal fatto di avviare una società, presentarsi al mercato è un impegno rigoroso. Ci sono regole non scritte che bisogna conoscere e osservare per essere credibili. Ad esempio, spesso trovo persone così gelosamente incollate alle loro idee che anche la sola condivisione con altri è un problema. Il CF è solo un canale, di assoluta importanza ma resta comunque un canale di posizionamento.

Michela Di Nuzzo

Michela Di Nuzzo

« Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire». - Fernando Pessoa Giornalista e co-founder, vivo il digital come imprenditrice e appassionata. Percepisco il cambiamento come un'opportunitá mai una minaccia. Occhi spalancati e orecchie aperte, sempre pronta alla condivisione, la chiave di ogni evoluzione.

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